Racconta

  • Incanto paesano

    03/11/2015

     L'Ortobene, 3 novembre 1940

      Incanto paesano

    Ho rivisto Galtellì in un meriggio assolato, tra lo stridore delle cicale e il canto dei mietitori. L'ho rivisto con gioia, perché ilmio cuore spesso ritorna sereno alla bontà di quelle gent, alla loro fervida e quotidiana fatica, alla volontà realizzatrice di umili lavoratori della terra, che continuano, in serenità e letizia, le belle tradizioni dei padri. 

    L'ho rivisto, il paese di Galtellì, tra il soave profumo dell'innocenza dei bimbi, tra l'appassionata e onesta vita domestica delle sue donne, in un momento che le ninna nanna delle pie madri cullavano piccoli, popolando la contrada tutta di voci modulate e nostalgiche. Ogni cosa parlava al mio cuore di semplicità, di intima cordialità, di speranze. Il sole illuminava vividamente ogni particolare e pareva volesse portare il suo contributo all'umiltà fiera di un popolo che si nutre di lavoro. Qui non la superficialità di una vita, quasi randagia, che tormenta altre zone non nostre; non le piaghe di frivolezze novecento, da alcuni definite espressioni di evoluzione sociale, ma la beltà, la fratellanza; la vita rustica della nostra terra di Sardegna. Tutti hanno un'occupazione. E accostandoci al contadino, al semplice artigiano, beato nella beatitudine  riposante della sua bottega: dove egli è re, signore sincero e maestro sicuro di garzoni, sentiamo sprigionsrsi dal loro intimo il vivo senso di una volontà tesa verso l'avvenire, verso un sicuro domani. Osservate, ad esempio, questo popolo quando esce dalla chiesa, dopo aver assistito, con sentimento e con fiducia incondizionata in Dio, alla funzione estiva. E' allora un momento che attira la nostra attenzione, che ci fa meditare. Si rivede quei popolani gai, pieni di certezza, rinvigoriti dalla preghiera fatta in silenzio ed assolta come uno dei principalissimi doveri. 

    Rivedo Galtellì ancora oggi col pensiero. Ed ho presente le sue povere casette, figure di uomini e di donne, innocenze di fanciulli, gagaliardo vigore dei giovani. Rivedo uomini e cose nella loro realtà, che è espressione di vita e di squisita grazia. COrona gradita a tutto questo sono le liete e contenute canzoni - armoniosi sirventesi, dalla impronta dei tempi remoti - che pacifiche comitive cantano nella pace riposante delle sere estive. Accompagnano le voci i trilli di una chitarra o le note della fisarmonica.  Che altro di più bello, di più divino, se non trascorrere le ore di riposos serenamente e in santità di propositi? Questo è quel che vale. Tutto ciò che è di più non è altro che logoramento, rovina dei valori spirituali di ogni singolo individuo. 

    Ma l'ho presente Galtellì, nelle fulgide pagine della storia di Sardegna, per il suo antico splendore; per l'opulenzadel paese, della contrada tutta. E attraverso di essa intravvedo la bellezza classica dei suoi antichi monumenti, delle sue mirabili iconiche, ancora ai nostri giorni sono oggetto di venerazione e ammirazione nelle sue chiese. Chi potrà mai dimenticare il volto così espressivo e commovente del Cristo crocifisso, o il gruppo della Trinità, o la statua di San Giovanni, tenacemente scolpita e realizzata? Nessuno. E impressa nella mente per sempre rimane la tela che ci rappresenta, in un tripudio di colori e di sfarzo, la resurrezione di Lazzaro. Non parliamo poi della dovizia di arredi sacri, in cui l'intenditore trova abbondante materiale per sbizzarrirsi in svariate descrizioni. 

    Un paese che ha un passato glorioso nella storia civile e religiosa, come può vantarsene Galtellì, merita tutta la nostra attenzione e l'interesamento dei competenti per custodire le testimonianze del suo antico fulgore. 

    delta