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  • In cerca del tesoro

    19/01/2016

     In cerca del tesoro - tratto da NOVELLE di Don Giovanni Cosseddu  

    La costa del Tuttavista sì mostra tutt'altro che uniforme nella sua figura, anzi piuttosto accidentata, con pendii a strapiombo, valloncelli, poggi, dirupi, piccole radure. Una ricca vegetazione di elci. sughere, ginepri riveste la montagna e tende maestoso e pittoresco il vernante rivolto a nord, sopra il villaggio dì Galtellì. In cima a un poggio, in uno spiazzo molto ristretto, incuneato tra due valloni, sorge la chiesa campestre della Vergine d'Itria e non lontano c'è l’omonima sorgente dall’acqua freschissima, l'unica sorgente perenne della montagna. Oggi la chiesa, che non si sa quando sia stata eretta, è diroccata ed è diventata rifugio per gli animali nelle notti fredde dell'inverno.
     I vecchi del paese affermano di aver udito dagli |avi che la festa della Vergine d’Itria si celebrava con molta solennità, con il concorso non solo della gente dì Galtellì, ma anche dei paesi vicini della Baronia. Dicono che lungo il sentiero che dalla chiesetta porta alla sorgente, da una parte e dall’altra, venivano innalzate le tende dei rivenditori di torrone, di frutta e di bibite. Dopo le funzioni religiose, i devoti trascorrevano
    la giornata all’ombra degli alberi del bosco, godendo la brezza che scendeva dal monte.
     Nel tempo, con l’esodo delle famiglie nobili in altre parti della Sardegna, Galtellì decadde e perse la sua importanza secolare, divenendo sempre più povero e desolato. Le chiese subirono lo stesso abbandono. Non solo la chiesa di Itria, ma anche quelle di S. Caterina, S. Giovanni e S. Andrea non vennero più officiate per l’incuria o forse per mancanza dei mezzi necessari per il loro restauro.
     Intorno alle stesse, e in particolare intorno a quella d’Itria, si raccontano tante leggende, tramandate da padre in figlio e arrivate fino a noi con episodi e versioni diverse e qualche volta contrastanti. Si andava dicendo, per esempio, che in questa chiesa ci fosse sotterrato un ricco tesoro formato di oggetti sacri, calici, candelieri, doni votivi, bottoni, anelli e collane d’oro che costituivano il patrimonio della Vergine. Quando i Mori approdavano alla marina di Orosei e facevano le loro scorrerie in Baronia, si diceva che i Galtellinesi avessero trasportato lassù i loro tesori, depositandoli in un sotterraneo costruito a bella posta nella chiesa. Lì si trovavano al sicuro per il fatto che i Mori non si spingevano tanto in alto, temendo di cadere in qualche grave imboscata lungo il costone impervio della montagna.
     La leggenda del tesoro d’Itria era stata tramandata dal tempo degli avi, ma veniva anche suffragata dalle rivelazioni di zia Callina Coccorosta, la famosa indemoniata della Baronia. Quando la donna si trovava in stato epilettico, allora svelava “l’arcano delle cose occulte” e il popolino, guai a contrariarlo, ci prestava fede. In quel momento non era zia Callina che parlava, ma addirittura gli spiriti, che in materia di tesori nascosti non v’è chi sappia le cose meglio di loro che ne sono i custodi zelanti. L’ossessa per tante volte, non una sola volta, aveva rivelato resistenza del tesoro d’Itria e la sua parola non poteva essere smentita. Avvalorava, inoltre, la credenza il mago di Terranova, che era versato in scienze occulte e una volta si era recato a Galtellì per confermare l’esistenza del tesoro, con i suoi esperimenti.
     Di queste credenze si erano imbevuti alcuni creduloni del paese, che stavano sempre alla ricerca di monete e di oggetti antichi. Uno specialmente, lacu Soriche, affermava che chi avesse trovato la moneta con l’effigie di una scrofa con sette porcellini sarebbe diventato il più ricco della Baronia. E così, quando sapeva di qualche ritrovamento, si recava subito dallo scopritore per controllare le monete. Beato - diceva solennemente, con voce nasale e tirandosi sù i calzoni - chi trova la moneta della scrofa e dei sette porcellini!
     I suoi compari Billia Drenghe e Zuanne Carazanna la pensavano esattamente come lui. Arrivò il giorno in cui decisero che bisognava assolutamente trovare s’ iscusorgiu. Ormai della sua esistenza non c'era alcun dubbio e quindi non si doveva perdere altro tempo. Ma volendo fare le cose per bene invitarono alla ricerca anche il mago di Terranova. La sua presenza era più che necessaria, perchè con i suoi strumenti infallibili avrebbe indicato il punto esatto del tesoro; anzi, gli dettero l’onore di comandare l’impresa. Una notte di luna nuova del mese di maggio, presi picconi e pale e messili dentro un sacco, s’incamminarono per il sentiero che portava fino alla chiesetta d’Itria. Arrivati sul posto accesero due lampade ad acetilene e si misero all’opera. Sgombrarono anzitutto l’interno della chiesa dalla grande macchia di rovi che la invadeva da tempo e dalle pietre che erano cadute dalle pareti diroccate. Quando il pavimento fu libero dalle macerie, i tre compari, prima di iniziare lo scavo nel punto indicato dal mago, vollero fare delle strane cerimonie.
    Si scoprirono il capo e pregarono la Vergine d’Itria che li aiutasse, promettendole di restaurare la chiesetta, se avessero trovato il tesoro. Aspersero il luogo con acqua benedetta e poi, mentre essi scavavano, il mago leggeva in un vecchio libro sgualcito le preghiere prescritte per il ritrovamento di tesori. Li avvisò, però, che non si muovessero di lì per alcun motivo e che non mostrassero meraviglia vedendo spuntare da sottoterra oggetti preziosi e neppure pronunciare il nome del demonio. Guai! Non dovevano temere se si presentavano loro visioni strane e paurose, come grossi serpenti, mostri orribili o altre figure spaventose: erano artifizi di Satana per spaventare i ricercatori. Che restassero al loro posto, che a rimuovere i fantasmi ci avrebbe pensato lui!  Ma le parole del mago non bastarono per rimuovere la paura che cominciava a impossessarsi dei tre uomini, ancora di più dopo le sue parole. In realtà ignoravano che alcuni buontemponi del paese, che certamente non credevano alle bubbole sui tesori nascosti, avevano nel frattempo organizzato un bel tiro al gruppetto, perchè, chissà come, erano venuti a sapere dell’impresa.  Mentre, grondanti di sudore, continuavano a scavare e i colpi di piccone risuonavano tutt’intorno nel cuore della notte, uno di quegli altri si travestì da demonio, con una tuta nera, con due maniche larghe come ali, una pelle nera di montone sulle spalle e due corna malamente attaccate sulla fronte, tenute da un sottogola. Mentre gli altri burloni, nascosti nella macchia presso la chiesa, facevano rumori d’ogni tipo con trombette e recipienti di latta, dalla parete diroccata oltre l’altare maggiore si innalzò un urlo terribile e subito dopo apparve sui ruderi la nera figura del demonio. I poveracci, abbandonati i picconi, fuggirono a perdifiato verso il pendio nel buio della notte. Presi totalmente dal panico, nella corsa affannosa verso il paese andarono più volte a finire tra gli sterpi e i rovi. Si presentarono nelle loro case davvero malconci, senza riuscire a spiccicare parola, ancora terrorizzati, quando ormai i familiari erano preoccupati dell’assenza notturna.
    Avrebbero voluto che sull’impresa calasse il silenzio, ma la notizia della beffa si diffuse ben presto per tutto il paese e i nostri tre preferirono per un pò stare chiusi in casa, per non esporsi in modo più pesante alle battute ironiche della gente, che ormai li chiamava “gli eroi di Itria”. Nel frattempo, il mago di Terranova, trovato il mattino dopo la brutta avventura in stato di forte shock, fu ricondotto alla sua città e ricoverato in ospedale.